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Guida Minchiolìn: Panini con carne, qualche cinese e risotti brutali. 7 ristoranti a Milano

Sempre caro mi fu quest’ermo colon! Beato lui che funziona a meraviglia dato che sta sotto sforzo un giorno sì e l’altro pure. Come di consueto, cari Follouà, ho perlustrato per voi e SOLO PER VOI qualche locale nella sempre più trendy scena della ristorazione milanese. Ma mi sono tenuto a debita distanza da tutti quei posti che mi puzzano di fuffa a 300 km di distanza. Tra questi sette ristoranti c’è tanta sostanza ma anche qualcosa che non va per niente bene.

SOLITO DISCLAIMER

I prezzi indicati si riferiscono a ciò che ho pagato di tasca mia da normale cliente – quindi, senza mai presentarmi come fudbloggah o presunto tale – e come quota singola. Nei paragrafi non ho menzionato tutte le portate che ho mangiato, quindi le cifre che vedete possono comprendere anche altro. Ho sempre ordinato almeno 2 portate. C’è sempre del vino di mezzo, bottiglia o calice è specificato – per la boccia il prezzo pagato ne comprende una parte “alla romana” – perché chi non beve mentre mangia è un po’ tristomane (ma anche prima, anche dopo).  

Non è una classifica – non faccio classifiche – è un compendio in ordine Alla Cazzo.  Non ci sono sentenze, solo le mie personalissime opinioni. Se qualche ristoratore dovesse arrabbiarsi: Fatti Suoi: sottoporsi a pareri negativi, e non solo ai “Bene, Bravo, Bis!”, fa parte del mestiere.

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YUEBINLOU

Via Paolo Sarpi 42, Milano – facebook.com/pages/Yuebinlou

Ho mangiato come un maiale e speso un cazzo. Sono con una coppia di amici fidanzati, nessuno di noi fa troppe moine a tavola.

Finalmente mi svergino con l’uovo centenario – un uovo d’anatra marinato per cento giorni in una salamoia fino a irrancidire – su del tofu marinato con salsa di soia: minchia, che bomba, l’uovo sa vagamente di pesce ma è burroso, intrigante.

La scodella di fuoco con calamaro è proprio una scodella di fuoco, vengo assalito dalle vampe della Gehenna e mi parte qualche bestemmietta. Calamaro morbidissimo, non datelo per scontato.

La perizia tecnica del cuoco è disarmante e la rintraccio nell’intestino di maiale fritto: croccante all’esterno, morbido e ciccione dentro. Resta l’inevitabile retrogusto di merda anche se è pulito a prova di NAS, vi avverto, se siete schifiltosi non prendetelo.

Ravioli di gambero ottimi anche se ne becco uno con la pasta uno sfatta, la vera bomba però è la pancetta di maiale con bambù, il grasso è un seducente strato che ammicca alla lussuria e che accompagna la polpa, che potrei tagliare con lo sguardo tanto è morbida.

Se vi dicessi, infine, che ci sono almeno tre birre da 66 cl di mezzo e a cranio abbiamo speso 18 €, mi credereste?

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AL MATAREL

Corso Garibaldi 75, Milano 

È una trattoria storica di Milano – ci mangiava Craxi – che ha mantenuto quasi intatta l’atmosfera degli anni Sessanta, periodo in cui ha aperto i battenti. In cucina non ci sono chef formati in chissà quali scuole bensì la signora Elide, minuta e un po’ ingobbita, che interpreta il repertorio della cucina classica meneghina senza andar fuori dallo spartito.

È l’ora di pranzo e sono da solo, il cameriere mi fa accomodare a un tavolo trattandomi come se fossi di casa da quando sono nato.

L’insalata di nervetti d’antipasto ha una la delicata acidità e il taglio è sottilissimo e omogeneo.

Il risotto con ossobuco è sostanzialmente un’autentica goduria. Porzione da caserma, la carne è talmente tenera che basta sfiorarla con la forchetta che si scolla dall’osso, da cui posso estrarre il midollo con un cucchiaino apposito. Cottura del riso ottima, il burro della mantecatura si sente eccome.

I nodi vengono al pettine successivamente. Mangio il mio risotto alle 14 ma termino di digerirlo alle 23, lo giuro, un senso di lisergica pesantezza mi ha accompagnato per tutta la giornata.

E poi, il conto, aggiungendo una bottiglietta d’acqua e un Fernet, indovinate un po’? 57 € (ok, il risotto era a 34 €, comunque fuori dal costo medio in città).

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PORCOBRADO

Via Jacopo dal Verme 17, Milano – porcobrado.it

Arrivano a Milano degli amici dal Cilento, zona in cui sono stato nel mio recente #TonnoInTour, sia io che loro abbiamo il nome di questo piccolo locale in zona Isola sul taccuino. Ci pare d’uopo fare un sopralluogo.

Come descrive bene il nome, il porco qui la fa da padrone. È un franchising nato da un camioncino di street food che fa sto panino con carne di cinta senese marinato e affumicato, dei ragazzi hanno proposto di aprire un locale, fatta la società, fatto Porcobrado.

Ci sono solo posti con sgabelli alti, circa una dozzina, non c’è bagno (è regolare, lo permette la legge). Arriva un bel tagliere di salumi e formaggi, una coppa di testa che si scioglie in bocca, una porchetta bella burrosa nella zona del (generoso) grasso. Molto buono anche il pecorino.

Un po’ meno le salsine che accompagnano le patatine, non memorabili sia l’une che le altre, nella salsa al mosto d’uva l’acidità taglia il palato.

Arriva infine il panino con questa carne che, giuro, è qualcosa di fenomenale. Si sentono tutte le sfumature dei vari passaggi di preparazione senza una soverchi l’altra: il tono acidulo della marinatura condita dalle spezie, l’affumicatura che aleggia con grazia, la cottura in brace che rende alcune parti lievemente bruciacchiate. E poi la consistenza della carne, d’una morbidezza quasi commovente a cui si somma la succulenza delle parti grasse. Credo sia uno dei panini con carne più buoni che abbia mai mangiato e consiglio vivamente di non aggiungere nessun tipo di salse per non deturpare gli equilibri. Buono anche il pane fatto con farina di Verna, un grano antico toscano.

Riesco anche nell’epica impresa di gettare sul tavolo non una, bensì due birre. Sono proprio un rincoglionito.

Con doppia birra, 24 €.

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BOTTEGA SICULA 

Via Mantova 5, Milano – bottegasiculamilano.com

Da non confondersi col più recente e trendy Fud che sta sui Navigli, questo è un ristorante di pesce e cucina siciliana in zona Porta Romana.

Mi accoglie uno dei due proprietari che decanta immediatamente la freschezza della materia prima impiegata, caricando il mio palato di gigantesche aspettative.

Scorrendo il menu, a dispetto del nome, le portate della tradizione siciliana sono davvero poche, neanche l’ombra di una misera pasta con le sarde, in compenso abbonda una cucina wannabe-creativa con abbinamenti sulla carta rischiosi (porcini e gamberi su tutti). Sono con un’amica, decidiamo di dividere ogni portata.

La caponata di melanzane è discreta ma arriva calda, riscaldata al microonde. Non so se mai qualcuno ha spiegato loro che è un piatto che si serve rigorosamente freddo. Le “cozze a piacere” sono cozze cotte nel pomeriggio e scaldate anche loro con il loro brodino acidulato con del limone. Tanti mitili erano anche piuttosto piccoli. Con gli antipasti si può fare di più.

Il meglio però deve ancora venire.

Non credo di aver mai mangiato un risotto così deprimente. Conditi con crema di scampi, di cui si sentiva un alone, e bottarga di muggine grattugiata, i chicchi sono mollicci, scotti. Ora, il dubbio che mi viene è: o il riso è stato bollito e poi condito oppure non è stata fatta la tostatura, passaggio fondamentale per mantenere la cottura (alla fine il risotto è un brasato, né più, né meno). Inoltre, la bottarga usata è palesemente roba da supermercato, ne conosco il sapore perché la uso a casa per condire certe paste in bianco d’emergenza che altrimenti sarebbero incolori, potrei perfino nominare la marca.

Ne mangio tre forchettate e sposto il piatto verso il bordo del tavolo. La mia amica assaggia la sua tartare di tonno con spremuta di lime, succo di cocco e mozzarella di bufala e storce il naso. In effetti ha un colore scuro, la assaggio e pare sia stata scongelata poco prima, mi chiedo dove stia il sapore del tonno. Anche lei lascia il suo piatto intonso, che costa tra l’altro 22 pippi.

Il cameriere mi chiede come mai abbia lasciato il risotto, gli dico che è scotto. Si disinteressa della tartare anche se vede che non è stata quasi toccata. Porta via il riso e senza che glielo avessi chiesto, me ne porta un altro una ventina di minuti dopo. Tale e quale, stessi sapori, stessa consistenza flaccida. Due forchettate e lascio anche quello.

Al momento del conto, il gestore porge la consueta domanda di rito: “Com’è andata?”. Rispondo senza problemi riguardo la tartare che non era eccelsa, il risotto scotto mandato indietro due volte. Lui stacca lo scontrino e ci porge il conto intero.

Non voglio sconti, non vado a mangiare per elemosinare e tanto meno mi presento come blogger per ottenere chissà quale trattamento di riguardo, ma se un cliente ti manda indietro due volte lo stesso piatto, prima ti scusi e poi lo togli dal conto. Rimedia al danno il suo collega che alla fine ci abbuona 20 euro dal conto complessivo sebbene io voglia pagare tutto senza fare troppe storie. Lui si oppone, visibilmente dispiaciuto, vada per sto sconto in extremis mentre il suo compare scompare senza il minimo rammarico.

Morale della favola: non ci metto più piede lì dentro.

Con vino bianco, 40 €.

1_RISOTTO

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OSTERIA DELLA STAZIONE

Via Popoli Uniti 26, Milano – osteriadellastazione.it

Un tempo trattoria di cucina esclusivamente milanese, adesso in gestione ce l’ha un friulano che svolge perfettamente il ruolo di oste che consiglia e guida i commensali, figura che rischia di scomparire sotto i colpi di nuovi sedicenti ristoratori che provengono da architettura, marketing e pubblicità e che non hanno la minima concezione di cosa sia la cura del cliente mossa dalla passione per il cibo e non dall’ansia del fatturato.

Sul menu spiccano ingredienti di qualità, alcuni sono Presìdi Slow Food, e alle mie richieste di informazioni l’oste va spedito. Per me è una nota di merito.

In sala, in cui domina il marrone del legno in più sfumature, ci sono pochi tavoli e ben distanziati, altra nota di merito.

Propendo per due portate friulane, dato che ci sono. Il frico – che è una sorta di frittata di patate in cui la fanno da padrone cipolle e formaggio Montasio DOP – è qui in diverse versioni, prendo quello con speck d’oca, la cui lieve affumicatura mitiga la dolcezza di patate e cipolle. Sebbene il sapore sia rustico ha una sua eleganza.

Arrivano poi i cjalsons con radic de mont e formaggio “asin” saltati con burro alla santoreggia. Il radìc de mont è un radicchio selvatico dal tronco lungo e tendente al verde più che al classico porpora, ha un sapore molto delicato che si perde un po’ sotto i colpi del formaggio, acidulo ma aggraziato. La pasta è fatta in casa e anche all’occhio lo dimostra, avendo una forma imperfetta. Nel complesso sono piacevoli ma nulla di eclatante.

Con bottiglia di vino, 35 €.

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NOVE SCODELLE

Viale Monza 4, Milano – facebook.com/lenovescodelle

Locale perfetto per chi ama il lato più infuocato della cucina cinese. Si abbonda di pepe di Sichuan in questo ristorante da circa 30 posti in zona Loreto che appartiene all’orbita della famosa Ravioleria di Paolo Sarpi.

Parto diretto col pollo gong bao condito con anacardi, salsa agrodolce e pepe di Sichuan. La consistenza complessiva del piatto è parecchio morbida, sia i tocchetti di carne che gli anacardi sono piacevoli in bocca.

Immancabile un giro di ravioli saltati in salsa piccante dal ripieno di carne di maiale ultrasucculento prima di arrivare a degli spaghetti tirati a mano con salsa di sesamo e pepe di Sichuan. La pasta è tonica e molto lunga, a tratti difficile da afferrare.

In ogni portata abbonda il pepe – quello di Sichuan ha tra l’altro un lieve aroma agrumato – a un certo punto lingua e palato sono talmente storditi che riuscire a cogliere per bene tutti i sapori diventa impresa ardua.

Con birra, 23 €.

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CICCIOPIZZA

Via Teodosio 37, Milano – cicciopizza.com

Prendo un tavolo nella sede di via Teodosio, sempre strapiena.

Il servizio è sbrigativo è un po’ distratto, al cameriere devo ripetere ben 3 volte che aspetto la prima birra anche quando è già arrivato l’antipasto. Che nella fattispecie è un “cuopp è terra” con zeppoline, crocchette, arancini, mozzarelline e verdure in pastella tra cui si salvano solo le crocchette.

Per curiosità e ingordigia, ordino una pizza con parmigiana di melanzane con la speranza di venire investito da una slavina di lussurioso fritto e invece è tutto molto garbato, la cafonaggine la riservo per altre occasioni. Si digerisce però molto bene.

Con due birre, 20,50 €.

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Stay tuna