Okonomiyaki

Okonomiyaki

Non l’ho fatto apposta, mi ci sono imbattuto per caso sebbene stessi cercando qualcosa di nuovo che mi stuzzicasse le sinapsi. Premo play sul primo brano, Shahmaran, e capisco che potrei restarci secco.

Infatti ci resto secco. Le atmosfere umbratili e notturne di ISON, il disco d’esordio di Sevdaliza, una modella iraniana naturalizzata olandese, è proprio cibo per i miei timpani.

Così m’addentro e in questo labirinto di specchi scorgo le sagome di FKA Twigs, della bravissima Empress Of, dei Massive Attack più minimali ma anche splendide aperture melodiche che pagano un certo dazio al repertorio di Kate Bush (Amendine Insensible).

Le strutture sono scarnificate, il panorama sonoro si distende su ampie lande di profondi bassi puntellati da percussioni dall’andatura two-step. Synth e pianoforti penetrano gentili senza mai prendersi la scena, costantemente tenuta in pugno dalla voce sensuale di Sevda Alizadeh, vero nome di Sevdaliza.

D’una fragile bellezza, a tratti quasi drammatico, ISON è un ottimo esempio di cosa possa essere l’art-pop nel 2017.

Ora però devo raccontarvi di un ottimo esempio di cosebbuone da mangiare nel 2017 ma anche negli anni a venire.

Una di quelle cose che volevo cucinare da un pezzo ma che ogni volta mi piglia la rimandite, malattia da cui sono affetto da tempi immemori e fino a che un giorno, dopo essermi autocostretto minacciandomi di morte mandandomi da solo solo messaggi minatori con lettere composte da vocali e consonanti ritagliate da fogli di giornale, l’ho cucinato. Sì, lui: l’Okonomiyaki.

Okonomiyaki

Che cos’è? É un piatto giapponese – per la cui storia vi rimando a Wikipedia – tradizionale di Osaka. É lo street food per antonomasia di Osaka sebbene la paternità se la disputa con Hiroshima. Un po’ come la parmigiana, l’abbiamo fatta noi siculi o i campani? Neanche a dirlo, Trinacria Rules.

Per farla breve, è una frittella a base di uova e cavolo cotta sulla piastra e poi condita con salse, alghe, scagliette di tonno o altre cose che fanno salivare.

L’ho mangiato la prima volta a Londra, da Abeno, poi ho scoperto che lo facevano anche a Milano così l’ho provato anche da Maido. É stato reso celebre sia da Ranma che da Kiss Me Licia – che io odiavo, mi stava brutalmente sul cazzo -, lo preparava sempre Marrabbio.

Solitamente sul mio blog propongo ricette autografe o rivisitazioni tonnate, stavolta mi sono tenuto aderente alla ricetta originale-base (che comunque differisce in base alle aggiunte di ingredienti).

Quindi, vado dritto all’uovo sodo e sgancio gli ingredienti per 4 testuggini umanoidi che hanno appetito:

Per il brodo dashi

– 1 litro di acqua
– 10 g di alga kombu
– 10 g di katsuobushi (scaglie di tonno essiccato)

Poi

– 3 uova
– 5 cucchiai di farina 00
– foglie di cavolo o verza (io ho trovato il cavolo cinese)
– mezzo bicchiere di brodo dashi
– maionese giapponese
– salsa okonomiyaki
– alga spirulina in polvere
– katsuobushi
– olio di arachidi
– sale

Molte ricette che si trovano a zonzo consigliano l’uso del dashi granulare. Io me ne fotto e il brodo me lo faccio da me, il giorno prima.

Tengo l’alga kombu in ammollo in acqua fredda per un paio d’ora in modo da farla rinvenire e dissalarla.

In una pentola scaldo l’acqua con l’alga kombu e la faccio sobbollire, non la porto mai a ebollizione altrienti il brodo saprà troppo d’alga e farà cagare. Dopo 15 minuti, in cui tengo d’occhio il bollore amministrando come un guardiano del fuoco la fiamma, tolgo l’alga e verso il katsuobushi, che porta stavolta a ebollizione e spengo immediatamente lasciano per 10 minuti in infusione.

Filtro e separo mezzo bicchiere di brodo, il resto lo congelo.

Passo alla frittella. Annuso, abbraccio, coccolo, lavo e taglio il cavolo cinese a listarelle e lo azzicco in una ciotola con: uova sbattute, farina e brodo dashi. Aggiusto con un pizzico di sale. Sbatto tutto.

In una padella antiaderente scaldo l’olio d’arachidi – ne verso un filo che poi spargo sulla superficie della padella con un lembo di carta assorbente – e verso l’impasto. Cinque minuti a fuoco medio e con coperchio che non fa il diavolo perché pensa solo a fare le pentole, e giro la frittella facendo attenzione a non romperla perché se si rompe mi parte l’embolo e divento grigio scuro.

Quando ambo i lati è cotta a puntino facendo un po’ di crosticina ma senza esagerare che poi si brucia, scavallo l’okonomyaki sul piatto e lo condisco con: alga spirulina in polvere, maionese e salsa okonomiyaki a tinchité e scaglie di tonno, ovvero il katsuobushi.

Questa è la versione base-base-base, poi ognuno se la può fare come cazzo gli pare aggiungendo pesce o verdure o carne o tutto insieme, se la testa vi dice così. Io vi dico:

Stay tuna

  • Me

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