Tuna Charts 2016 – 44 dischi che m’hanno fatto frizzare le sinapsi

Come i famosi gatti zecchinodorati, ho messo in sequenza 44 dischi in fila per 11 senza resto, quelli che hanno riscosso più consensi tra me e il mio fedele consigliere, il Neurone Fritto. Chissà che non ce ne sia qualcuno che v’abbia fatto schifo.

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44. The Body – No One Deserves Happiness

The Body - No One Deserves Happiness

Urla sgraziate, un panorama perennemente offuscato da suoni distorti, nichilismo a tutto spiano e ostentato, a tratti quasi fastidioso. Il titolo la dice lunga su un viaggio negli inferi dell’anima che sta dalle parti dei Pallbearer quanto di Jarboe e Einsturzende Neubauten.

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43. The Caretaker – Everywhere At The End Of Time

The Caretaker - Everywhere At The End Of Time

Sembra suonato negli abissi di un tempo arcano, riecheggiando la scena del bar in Shining in cui Jack Torrance discorre con Lloyd. Pallide nenie invecchiate dallo scoppiettio di un vinile fittizio scorrono con la benedizione dell’Aphex Twin di Selected Ambient Works Vol.2.

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42. William Tyler – Modern Country

William Tyler - Modern Country

Tra cascate di fingerpicking alla James Blackshaw e affreschi melodici debitori della grande tradizione folk americana, Tyler mostra il lato più incantato ed elegiaco del country-blues americano.

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41. Kaithlyn Aurelia Smith – EARS

Kaithlyn Aurelia Smith - EARS

Sfuggente e dalla presa per niente immediata, EARS cresce ascolto dopo ascolto svelando il suo microcosmo elettronico che s’intreccia con elementi acustici creando sonetti fluttuanti che richiamano le sperimentazioni scandinave. Bello e per niente scontato.

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40. Nine Inch Nails – Not The Actual Events

Nine Inch Nails - Not The Actual Events

Sarà l’antipasto per qualcosa di più grande e strutturato. La liaison tra Reznor e Atticus Ross funziona a meraviglia anche in una manciata di spartiti che rifuggono la forma canzone. Sembra che stiano tentando l’unione tra la verve rock d’un tempo con le recenti sperimentazioni elettroniche. Attenti a quei due.

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39. Laura Cannell – Simultaneous Flight Movement

Laura Cannell - Simultaneous Flight Movement

Registrato in presa diretta dentro un faro del XIX secolo a Southwold, nel Suffolk, sfruttandone i riverberi e dando così profondità naturale al suono, Simultaneous Flight Movement è un’allegoria delle movenze degli stormi degli uccelli. Il violino della Cannell ha un che di arcano e imperscrutabile che lascia a bocca aperta.

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38. Jambinai – A Hermitage

Jambinai - A Hermitage

Dalla Corea del Sud con furore, i Jambinai sono ineffabili e inclassificabili. Dal rock asiatico prendono la follia e l’imprevedibilità e la scagliano dall’altra parte del globo, centrifugandola con le avanguardie del post-rock e dell’avant-prog. Il risultato è un teatro di ombre sotto assedio.

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37. Gadget – The Great Destroyer

Gadget - The Great Destroyer

Dieci anni di assenza sono un’eternità eppure non hanno scalfito l’impatto al vetriolo dei Gadget, tornati con un disco che riprende la lezione dei Napalm Death e della scuola brutal canadese. Un diluvio di chiodi arrugginiti.

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36. Angel Olsen – My Woman

Angel Olsen - My Woman

A tratti derivativa – le ombre di Kate Bush e Hope Sandoval incombono per tutto il tragitto – ma non per questo condannabile, la Olsen mescola un pop leggiadro quasi alla Beach Boys (Never Be Mine) alle reginette dell’alt-rock contemporaneo, Anna Calvi e Pj Harvey. E la quadratura del cerchio, in un modo e in un altro, le riesce.

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35. The Comet Is Coming – Channel The Spirits

The Comet Is Coming - Channel The Spirits

Paragonarli ai Jaga Jazzist è riduttivo sebbene i punti di contatto siano molteplici. La ricchezza del linguaggio dei The Comet Is Coming accoglie elementi africani e acute sperimentazioni electro-funk che lo rendono sfuggente nonché seducente.

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34. Justice – Woman

Justice - Woman

Spudoratamente disco-dance anni 70, sfacciatamente funky, neanche troppo velatamente ammiccante a una certa tradizione di soundtrack erotiche, sempre coi piedi saldi negli anni 70, i Justice fanno un po’ il verso ai Daft Punk di Random Access Memories, ma lo fanno bene.

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33. Deftones – Gore

Deftones - Gore

Gore non ha l’appeal del classico e non ha supersingoli che svettano ma è proprio questa sua omogeneità qualitativa che lo rende un’opera intrigante e fluida. Sono solo i Deftones al massimo splendore dopo tutta questa strada.

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32. Raime – Tooth

Raime - Tooth

I Raime si insinuano negli angoli bui della mente con un inquieante poema post-industriale che si distacca dal precedente Quarter Turns Over A Living Line. Una chitarra che scherza con le asperità del math rock procede con motivi ostinati mentre il basso gorgoglia al di sotto, come magma incandescente.

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31. Meshuggah – The Violent Sleep Of Reason

Meshuggah - The Violent Sleep Of Reason

Restano i campioni indiscussi di quel metal tecnico e cerebrale che hanno contribuito a diffondere durante lo scorso decennio. Non hanno perso un grammo di ferocia, sarebbe difficile immaginarli diversi da ciò che sono. Sembra un ritorno ai labirinti di Nothing ma con più maturità.

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30. Ian William Craig – Centres

Ian William Craig - Centres

Mi sono perso facilmente nel giardino di Centres tra sintetizzatori, drones e fragili melodie radioheadiane. Dalle vette ascetiche dei Popol Vuh si osservano le lande di Fennesz immerse nella foschia dell’alba. Un disco meraviglioso.

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29. Pj Harvey – The Hope Six Demolition Project

Pj Harvey - The Hope Six Demolition Project

Non è semplice entrare in confidenza con l’undicesimo album di Polly Jean, serve un po’ di pazienza affinché il suo fascino emerga. E quando lo fa ci si trova di fronte a superbi spartiti come River Anacostia, l’hosannah à la Jefferson Airplain di Near The Memorials To Vietnam And Lincoln e l’assalto folk di The Wheel.

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28. Yussef Kamaal – Black Focus

Yussef Kamaal - Black Focus

Questo duo di base a Londra chiama a raccolta una folta schiera di collaboratori per mettere su queste 10 tracce di jazz, afro-beats e drum’n’bass che si tramutano in una giungla di note e ritmi incalzanti.

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27. JMSN -It Is

JMSN -It Is

Un po’ soul, un po’ funk, pettineria a secchiate. Per certi versi ricorda il redivivo D’Angelo ma con un focus maggiore verso l’immediatezza melodica. Funk Outta Here è una delle canzoni r’n’b dell’anno, senza mezzi termini. Il nome si pronuncia Jameson.

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26. Jamila Woods – Heavn

Jamila Woods - Heavn

Come una novella Erykah Badu, Jamila Woods mescola r’n’b, alt-pop e sinuose andature soul screziandole d’elettronica la dove necessario. Produzione da paura supportata da testi d’impegno sociale. Lately resta in testa al primo colpo.

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25. Salmo – Hellvisback

Salmo - Hellvisback

Non sono un amante dell’hip hop, ancor meno della musica italiana eppure con Salmo ci sono andato in fissa per settimane. La botta rock di Hellvisback spacca assai, alcuni testi sono brutali, la produzione è di calibro internazionale.

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24. Marissa Nadler – Strangers

Marissa Nadler - Strangers

Ancora lei a far breccia nel mondo del folk al femminile, la Nadler è la degna erede di Sandy Denny dei Fairport Convention. Non cambia la formula con ballad languide che paiono dissolversi in una gracile nebbia. La sua anima decadente resta sempre ammaliante.

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23. Spidergawd – III

Spidergawd - III

Tre dischi in tre anni, uno meglio dell’altro. C’è l’intera sezione ritmica dei Motorpsycho in line-up. Trame strumentali intricate a supporto di melodie fiammeggianti, puro rock vintage anni ’70 che ti sfonda la porta di casa.

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22. Neurosis – Fires Within Fires

Neurosis - Fires Within Fires

Trent’anni di carriera senza mai sottostare al ricatto delle mode, andando sempre dritti per la propria strada. Non dicono più nulla di rivoluzionario da almeno 12 anni ma un brano avvincente come Broken Ground non lo scrivevano dai tempi di Stones From The Sky. E non è cosa da poco.

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21. Oranssi Pazuzu – Värähtelijä

Oranssi Pazuzu - Värähtelijä

Questo è proprio un colossale monumento che va oltre il metal e le sue sotto-categorie. I finlandesi Oranssi Pazuzu non sono nuovi a queste gesta ma con Värähtelijä hanno trovato il punto d’equilibrio perfetto tra le mille sfumature artistiche che ne informano il corredo genetico. Sarà difficile fare di meglio.

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20. Rihanna – Anti

Rihanna - Anti

Non avevo mai ascoltato un intero album di Rihanna, è successo con Anti che è pieno di canzoni ben costruite e lontane dall’easy listening delle hit che le hanno creato l’aura di pop star planetaria. Credo che brani come Consideration e Desperado siano ottimi esempi di musica per le grandi masse senza scivolare nella latrina delle porcherie.

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19. Nails – You Will Never Be One Of Us

Nails - You Will Never Be One Of Us

Probabilmente la band grind/death più temibile e lucida dai tempi dei Nasum, dopo tre anni torna con una mazzata impressionante carica d’odio e brutalità. I Nails non le mandano a dire ma non lo scopro di certo oggi.

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18. Arabrot – The Gospel

Arabrot - The Gospel

La creatura di Kjetil Nernes alza l’asticella e crea quello che è probabilmente il proprio apice creativo. L’apocalisse degli Swans è qui affetta da un malvagio tocco dark wave che strizza l’occhio ai Christian Death più efferati.

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17. Noura Mint Seymali – Arbina

Noura Mint Seymali - Arbina

Mauritania periferia dell’impero rock. Noura Mint Seymali porta il suo paese fuori dai sabbiosi confini con un disco avvincente di puro desert rock condotto verso inusitate vette di forza grazie alla sua possente voce. Chi ama i Tinariwen non se la scrollerà di dosso.

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16. Skee Mask – Shred

Skee Mask - Shred

Flussi in continua espansione, paesaggi sonori chiaroscurali e desolati, come le vette innevate dell’Everest avvolte nel gelido abbraccio notturno. Un ambient quasi cinematografica che flirta pericolosamente con i primi Raime (Autotuned).

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15. Cult Of Luna & Julie Christmas – Mariner

Cult Of Luna & Julie Christmas - Mariner

Cosa attendersi da una band in pausa a tempo indeterminato e da una cantante che negli ultimi 10 anni è ricomparsa solo una volta sulle scene, senza tra l’altro impressionare? C’era puzza di fallimento intorno a questa liaison eppure lo scetticismo è stato spazzato via a colpi di impeto e tempesta, forza bruta e sublime lirismo.

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14. Emma Ruth Rundle – Marked For Death

Emma Ruth Rundle - Marked For Death

Marked For Death ribadisce gli stessi concetti di Some Heavy Oceans che m’aveva fatto rizzare la barba tipo elettroshock due anni fa. Il fulcro sono ballad elettriche che baciano la rugiada campestre di Mark Lanegan (Heaven) e guardano a spazi ariosi e maestosi (Medusa). La scia stilistica è la stessa di Chelsea Wolfe, di Feist, di Julia Holter, con la benedizione di Pj Harvey.

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13. Melanie de Biasio – Blackened Cities

Melanie de Biasio - Blackened Cities

Forse non dovrebbe stare tra i “dischi” essendo un’unica composizione, ma dura 24 minuti, quanto un ep. Dalla bellezza disarmante, un jazz che scorre in punta di piedi tra le luci intermittenti della notte portando con sé l’anima metropolitana dei Massive Attack. Mi ha folgorato.

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12. Savages – Adore Life

Savages - Adore Life

Decadentismo romantico e le vampe del post punk accompagnano l’album della maturità delle Savages. Tanto sudore e carne viva, tante lacrime e sofferenza, gli elementi fondamentali per poter adorare la vita.

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11. Massive Attack – Ritual Spirit

Massive Attack - Ritual Spirit

Sempre impressionanti, sempre giganteschi anche su breve distanza, anche dopo 6 anni di silenzio. Identificabili nei suoni e nelle atmosfere senza risultare anacronistici, soltanto 4 canzoni di cui almeno 2 tra le migliori del 2016 (la title track e Take It There con Tricky, di nuovo).

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10. Agnes Obel – Citizen Of Glass

Agnes Obel - Citizen Of Glass

Sebbene riuscire a toccare le elevate vette di Aventine era impresa ardua, Agnes Obel si conferma una delle migliori cantautrici art-folk in circolazione. L’eleganza della sua musica, che parla la lingua dei Debussy, dei Satie, degli Chopin, è rimasta intatta anche stavolta.

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9. Swans – The Glowing Man

Swans - The Glowing Man

Ancora una volta Michael Gira violenta la realtà, la nostra realtà con l’ennesimo affresco di pura e abrasiva apocalisse. Forse meno spossante ma più a fuoco del precedente To Be Kind, quella che sembra l’ultima prova di questa formazione degli Swans è una serie di sinfonie che fanno da prologo per l’estinzione dell’umanità.

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8. Melt Yourself Down – Last Evenings On Earth

Melt Yourself Down - Last Evenings On Earth

Ricordano i Talking Heads imprevedibili e “world” di Remain In Light. Cenni di musica berbera, tribalismi percussivi, funky sghembo e grandi melodie fanno di questo Last Evenings On Earth un piccolo capolavoro.

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7. Whores – Gold

Whores - Gold

Rigurgitati da quella Georgia che ha dato i natali a Mastodon, Kylesa e Baroness, non si sono mai scrollati di dosso il fango del noise-core che è la base del loro stile escoriante. Un tiro micidiale fa da movente per ogni pezzo di questo Gold, roba che non fa prigionieri.

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6. Mark Pritchard – Under The Sun

Mark Pritchard - Under The Sun

Si schiude con un torpore ambient (?) per affluire in un languido monologo di folktronica e rarefazioni elettroniche che hanno il loro apice nelle ospitate: Thom Yorke nella notturna Beautiful People, Linda Perhacs nella delicata pioggia di You Wash My Soul.

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5. Radiohead – A Moon Shaped Pool

Radiohead - A Moon Shaped Pool

Sono anni ormai che i Radiohead hanno creato la loro non-forma canzone che con A Moon Shaped Pool trova probabilmente il compimento finale. Grandi ritornelli, a parte Burn The Witch, non ce ne sono, canzoni che lasciano a bocca aperta nemmeno, eppure è tutto calibrato e pregevole soprattutto grazie agli impressionanti arrangiamenti di Jonny Greenwood, vero epicentro artistico della band.

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4. Jenny Hval – Blood Bitch

Jenny Hval - Blood Bitch

In ogni sua opera, Jenny Hval scandaglia l’universo femminile. Qui il fulcro è il sangue, ibrido di vita e sofferenza. E anche Blood Bitch è una costante ibridazione di folktronica e qualcosa che lambisce il pop, se non altro per la scorrevolezza di alcune melodie (Female Vampire, Conceptual Romance, Secret Touch). Complicato ma invero stupendo.

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3. Tim Hecker – Love Streams

Tim Hecker - Love Streams

Tim Hecker e il suo estro sconfinato tra maestose melodie che si fanno largo come aggraziate composizioni floreali, estasi eteree e glitch zigzaganti. Un altro disco immenso in una carriera fuori dal comune.

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2. Gojira – Magma

Gojira - Magma

É il loro Black Album, il punto di rottura con il metal meshuggahiano in favore di una forma canzone matura. Non c’è nulla di scontato qui sebbene la linearità la faccia da padrona, i Gojira sono in stato di grazia e questo è il disco heavy dell’anno.

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1. David Bowie – Blackstar

David Bowie - Blackstar

La più grande pop star del Novecento ci avrebbe mai potuti lasciare senza l’ennesimo colpo di genio, mettendo in musica il suo testamento? Non fosse altro per il valore emotivo acquisito con la sua morte, Blackstar è artisticamente un’opera incredibile, di pura ricerca stilistica e artistica dopo 24 album. Immortale, nei secoli dei secoli. Amen.

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Fuori concorso autoreferenziale: non sarà bello come gli altri, ma quello personalmente più importante è Siberia il primo disco del mio progetto solista Blackwhale uscito a settembre.

Blackwhale Siberia