Due uova sode pronte da allevamento a terra - uomo senza tonno

Tunasophy #2 | Fenomenologia dell’uovo sodo già pronto

Durante un giro al supermercato ho trovato l’uovo sodo già pronto per l’uso, cotto e sbucciato. E il mio cervello è partito per la tangente.

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Da quando fare la spesa al mercato è diventata una priorità personale, oltre che un’esigenza professionale, mettere piede al supermercato mi innervosisce. Non nego di averlo frequentato per anni almeno tre volte a settimana, nell’ultimo mese ci sono entrato soltanto due volte e senza fare spese da rifugio antiatomico. Un cambio d’abitudini drastico.

Mi sembra il tempio dell’inutilità con valanghe di prodotti di cui potremmo fare tutti a meno che spumeggiano dagli scaffali, il bip convulso degli articoli passati al laser delle casse come un elettrocardiogramma impazzito, i neon fluorescenti che accompagnano orrende colonne sonore mandate in diffusione, carrelli spinti da gente totalmente distratta e attratta dai cartellini degli sconti che sbucano dagli scaffali come foglie di un’enorme rampicante di opportunità. E poi mamme e papà soverchiati da figli che sono sempre più ago della bilancia delle spese familiari – chi sono i veri influencer? – e che frignano perché questo non lo vogliono per cena. Non ho mai sentito sventolare, come tutta risposta, la tanto vetusta opzione A Letto Senza Cena.

Insomma, una sorta di luna park ma senza divertimento.

Tra zuppe in scatola e preparati d’ogni tipo, tra piatti pronti surgelati e tramezzini già conditi, perché spalmare un cucchiaio di maionese e distendere due fette di prosciutto cotto è ormai fatica erculea – oh, e poi chi lo lava il cucchiaio? – il supermercato regala perle di gran prestigio.

Incontro ravvicinato del terzo tipo

Succede tutto un paio di mesi fa, sto di fronte al banco frigo delle uova a osservare categorie e metodi di allevamento delle galline immerso nei miei dilemmi alimentari quando mi cadde l’occhio su questa confezione. Mi cade, rimbalza e lo rificco nell’orbita, l’occhio.

Solo due uova, d’un bianco candido e niveo, che fanno bella mostra di sé oltre il coperchio di plastica trasparente.

Sulla fascetta che abbraccia il parallelepipedo, la cui dose di plastica non si limita al solo coperchio, campeggia fieramente “2 uova sode”.

Strabuzzo gli occhi per via d’un lieve stordimento, come un colpo che arriva quando meno te lo aspetti. Cazzo vuol dire, due uova sode?

Lo stupore evapora in fretta, anche perché in un gancio che pende a pochi centimetri c’è il preparato per frittata con verdure in busta: tu devi solo sbattere le uova e aggiungerle a zucchine e patate già tagliate. Roba per laureati in Incapacità Quotidiana.

Ma torno alle uova sode. Dell’azienda che le commercializza ho comprato spesso quelle bio prima di acquistarle solo al mercato da un paio di bancarelle fidate.

L’intera confezione costa 86 centesimi, 43 centesimi al pezzo. Per i più distratti, nelle etichette al supermercato sono sempre indicati i prezzi al kilo o al pezzo, ovviamente in dimensioni microscopiche. Le altre uova ancora da cuocere costano tra i 35 e i 38 centesimi al pezzo. La cottura e la sbucciatura implicano 5 centesimi in più. Poi mettiamoci anche l’involucro di plastica e la fascetta di cartoncino plastificato.

Al mercato 6 uova le prendo a 1.20 € in una confezione di cartone riciclabile. Parlo di prezzi milanesi, la cui media è spesso più alta che altrove. Per fortuna l’Italia non è Milano.

Sul prodotto in sé non c’è non c’è molto da dissertare se non che ti toglie dall’impiccio di prendere un pentolino, riempirlo con acqua corrente, porlo sopra il fornello acceso, attendere che sopraggiunga l’ebollizione, immergere un uovo non-sodo e attendere che in otto minuti di orologio lo diventi. E sbucciarlo, magari sotto un getto d’acqua fredda. Una sequenza di azioni che richiede una preparazione atletica da alpinisti.

In realtà non è nemmeno una trovata originale e recente, già due anni fa ne parlava Il Fatto Alimentare.

Solo che un simile prodotto (mi) genera tutta una serie di riflessioni.

L’era del Non-ho-tempo (per cucinare)

Il supermercato è il tempio del Capitalismo Alimentare, uno sterminato santuario popolato da agglomerati commestibili che col Cibo Vero hanno poco o nulla da spartire, tant’è che quest’ultimo non occupa mai le corsie centrali, quelle in cui si prelevano più articoli e si concentra la spesa maggiore dei clienti.

L’inganno del Capitalismo Alimentare è semplice: grazie al megafono del marketing arringa eserciti di consumatori con la tiritera della Mancanza di Tempo, ne hai sempre di meno e meno ne avrai, soprattutto se ti metti ai fornelli. Però lui è qui per te, pronto a soddisfare ogni tuo languore. A furia di sentirti ripetere il mantra te ne convincerai, l’ansia del ticchettio dell’orologio e delle mille-e-una cose da fare prenderà il sopravvento. Ogni prodotto del Capitalismo Alimentare diverrà indispensabile, ti “salverà la cena”, novello Gesù Cristo che moltiplica pani e pesci (surgelati).

Uno degli artifici del Capitalismo Alimentare è l’uso del verbo “sprecare” abbinato al tempo trascorso in cucina. Il linguaggio predispone positivamente o negativamente un individuo verso una determinata attività. Per rendere nullo “lo sforzo” di stare ai fornelli e per rifilarti la qualunque, Sprecare – che è poi la quintessenza del capitalismo in sé – è il verbo perfetto. Non esiste uno spot in cui si sproni a Investire il proprio tempo in cucina. Qualcuno dovrà dissuaderti dal farlo per offrirti una comoda soluzione.

Il cibo industriale non ha un’anima, non deve averne. La sua missione è ribadire il concetto d’averti tolto dall’impiccio di cucinare e sporcare coltelli e padelle, deve risolvere un problema seduta stante senza rifletterci. Incarna un pensiero a una dimensione, causa-effetto. Ti solleva da ore di fiamma bassa per un ragù di carne o dal rimestare la besciamella con una lasagna che richiede solo tre minuti di microonde. Per preparazioni così lunghe ed elaborate il soccorso di un piatto pronto, per quanto deprecabile, può starci, ma come le insalate già tagliate e confezionate, l’uovo sodo è la metafora della madre irresponsabile che ti allaccia le scarpe a trent’anni quando potresti farlo da solo. Il consumatore diventa un bamboccio viziato di cui vengono messe in dubbio le abilità, fisiche e mentali.

Non mi dilungo su come, dagli anni Ottanta in poi, l’industria alimentare non abbia fatto altro che impoverire la nostra alimentazione e appiattire il palato medio servendo solo prodotti che viaggiano sulle frequenze del dolce, del salato e del grasso, standardizzando i sapori e annientando un atto, quello del cucinare, che non richiede più alcun impegno.

Nessun impegno, nessun valore

E quando qualcosa si ottiene senza alcun tipo di impegno viene meno il valore. Non si ha la percezione di quanto sia costato, in termini economici, ambientali ed etici ciò che plana nel piatto e ogni elemento si scolla dal contesto da cui proviene. Il filetto è come se fosse germogliato dentro la confezione del banco macelleria e l’idea di una pregressa appartenenza a un essere vivente di cui si possono consumare almeno altri 30 tagli si dissolve in un’eco fiabesca, le fragole dicembrine così grosse e rosse il bosco lo hanno solo sognato in serra, l’avocado con passaporto messicano s’è teletrasportato per 10.000 km e ora dà quel tocco salutista all’insalata cruelty-free postata su Instagram.

Si diventa commensali inconsapevoli, mangiatori distratti dallo spettro gustativo ristretto che poi spalancano gli occhi per lo stupore se gli servi delle bucce di patata fritte (fatto vero accadutomi di recente). Ci si ferma solo alla convenienza del prezzo stracciato senza interrogarsi sul perché sia così stracciato.

Non dico di decurtarvi lo stipendio ogni volta che fate la spesa ma vi invito a riflettere su quante volte andate al supermercato, cosa comprate, quanto spendete, quanto vi dura la roba – la cosiddetta shelf-life – e quanta ne gettate.

C’è chi dice che al mercato si spenda di più. Dissento. Spesso la merce è così fresca che dura più di una settimana intonsa. Certo, dovrete cucinarla, in qualche modo, è richiesto un impegno e un investimento di tempo. Provate piuttosto ad appuntarvi quante volte a settimana tornate al supermercato a fare rabbocchi alla dispensa, oggi spendi 20 euro, domani 15, dopodomani 30 e a fare un conto a fine mese. Il mese successivo provateci col mercato. V’assicuro che le differenze sono nette ed evidenti sotto tutti i punti di vista, al netto delle consuete inculate sempre dietro l’angolo (per scrupolo, qui la spesa media annuale per beni alimentari pubblicata dall’Istat).

E quindi, che si fa?

Sono fermamente convinto che la domanda, quindi la richiesta dei consumatori, conti più dell’offerta, anzi, è spesso quest’ultima ad adeguarsi alla prima. Se i prodotti restano sugli scaffali, se l’industria comprende che quel prodotto non funziona, lo riterrà poco profittevole e ne arresterà la produzione. Siamo noi consumatori a sentenziare se un prodotto deve continuare a occupare gli scaffali o meno. Basta uno spot per far correre al supermercato e acquistare in maniera acritica. Dovremmo smetterla di non ragionare e non interrogarci.

Fare la spesa con consapevolezza richiede uno sforzo, sia economico che di tempo. Non è un discorso da borghesi benestanti che si beano di quanto mangiano biologico. È un discorso diverso. Non voglio fare i processi ma invitarvi, forse in modo un po’ brusco, a riflettere sulle vostre abitudini e magari a ridefinirle. A ridefinire delle priorità.

Anche se non si è fenomeni in cucina la soddisfazione che reca sedersi a tavola per gustare qualcosa che si è fatto (quasi) interamente con le proprie mani è impareggiabile. Parlo per vita vissuta, lo vedo con le mie lezioni a domicilio, la soddisfazione degli “allievi” all’assaggio è enorme. Nessuno ha mai tempo per stare mezz’ora ai fornelli, quella mezz’ora però finisce a sciare col pollice sullo schermo dello smartphone e a marmorizzarsi davanti Netflix.

Come scrive Michael Pollan nel suo In difesa del cibo

Se è vero che tante persone non possono permettersi di spendere di più per l’alimentazione, in soldi o in tempo o in entrambi, sono molte di più quelle che possono permetterselo. Dopotutto, negli ultimi quindici anni abbiamo trovato il tempo per passare diverse ore su internet e il denaro per coprire il costo della connessione. Abbiamo anche accettato di pagare di più per ricevere un maggior numero di canali televisivi e per avere un cellulare. Per la maggioranza degli americani (o italiani, ndUST) spendere di più per l’alimentazione è più una questione di priorità che di mezzi

Esatto, una mera questione di priorità. Anche per cuocere un banale uovo sodo.

Stay tuna