Crêpes alla canapa e semi di lavanda con fiori di zucchina e Stelvio DOP

C’è questa nota tesa come una corda, una vena in rilievo sulla pelle secca del buio. Il canto di Lisa Gerrard è una preghiera senza parole. Percussioni distanti rimbombano come tuoni. Breve silenzio. Gli archi esplodono sospingendo la voce in un’evocazione che ascende verso la luce e trascende il corpo, fatta com’è della stessa non-materia dello spirito. Raggiunto l’apice, lentamente, The Host Of Seraphim plana ondeggiando in picchiata sul selciato per spegnersi, lasciando una piccola impronta di cenere.

Vi sfido a non provare una stretta alla gola giunti al termine di questi 6 minuti. É poesia pura, ossigeno terso come le ineffabili vette dei versi di Nietzsche. Grazie alle sue trame in glossolalia, la Gerrard veste i panni della medium che connette questo a un Altro Mondo, etereo e impalpabile, forse fatto d’incubi o di sogni, chissà, in cui il significante è diluito e si disperde nell’immensità del significato.

In una sola composizione c’è tutta la retorica dei Dead Can Dance, l’atmosfera gotica e sinistra che avvolge un sentiero di pace interiore, c’è tutto l’esistenzialismo di un duo artistico che ha scritto pagine commoventi della musica di ricerca, rendendo comprensibile un linguaggio arcano, incastonando in forme pop cori a cappella e canti sacri, valzer e sinuose andature africane e arabeggianti (vedi alla voce The Lotus Eaters).

Non mi dilungo sul resto del disco, The Serpent’s Egg che, insieme a Into The Labirynth è per me la loro opera più ispirata. Anche perché a che serve continuare a ciarlare se ve lo potete comodamente ascoltare?

Non so voi, io avrei una certa fame e, prima di rimpinzarmi la panza come un facocero gigante del Missouri, mi preme raccontarvi dettagli medio importanti della costruzione del piatto di questa settimana.

Che era da un pezzo che lo architettavo in diabolica sinergia con le mie obsolete sinapsi ma mi mancava sempre quell’ingredientuzzo che mi faceva zampillare la fontanella della felicità. E l’ho trovato lì, dentro quel sacchettino di cartoncino che mi fu gentilmente donato tempo fa dalla mia ex collega di lavoro Gabriella che, di ritorno da un viaggio in Provenza, mi porse quei bei semini di lavanda alimentare. Nelle due settimane successive mi misi a fare esperimenti e mangiavo lavanda quasi tutti i giorni tant’è che temetti che la pelle potesse diventarmi viola o potessi iniziare a defecare detersivo al suddetto aroma di.

Ma tolto questo timore escrementizio, poco consono a un articolo che parla di cibaglie, dopo alcuni esperimenti andati a male con la pastella – consistenza troppo secca, un sapore più forte dell’altro – posso finalmente presentarvi le qui presenti Crêpes alla canapa e semi di lavanda con fiori di zucchina e Stelvio DOP.

Crepes alla canapa e semi di lavanda, fiori di zucchine, Stelvio DOP

La canapa, per i più maliziosetti, non si fuma, ovviamente, ma la trovate in farina in qualsiasi anfratto biologico di un qualsivoglia supermercato dotato di anfratti biologici.

Bando alle ciance e ciancio alle bande, dicevano in Roger Rabbit: lista degli ingredienti per 4 avidi consumatori di crespelle un po’, come dire, frivole!

Per la pastella
– 2 uova
– 100 g di farina di grano tenero
– 60 g di farina di canapa
– 300 ml di latte
– semi di lavanda (quantità a piacimento, baby)
– sale

Per la farcitura
– 8 fiori di zucchine
– 160 g di formaggio Stelvio DOP
– burro chiarificato

Ci siete? Se sì, io estrarrei due uova dal culo di una gallina razza livornese che becca felice i vermetti sul suolo – ma potete prendere gli ovetti che vi pare, anche quelli di uccelli allevati in gabbia, se poi i sensi di colpa non vi divorano, gne gne -, poi spaccherei il guscio e verserei tuorlo e albume in una ciotola. Se siete d’accordo, eh.

Tempo condizionale, vattene che mi disturbi la narrazione: Indicativo Presente, continua tu!

Afferro il latte estratto dalle generose mammelle di una vacca sconosciuta che per rendere il personaggio familiare chiamerò Isabella e lo verso nella ciotola con l’uovo sbattuto.

Doso per bene le farine, maggioranza a quella di grano tenero che così legherà la pastella. La setaccio e la scaravento in latte & uova. Stessa cosa con la farina di canapa. Amalgamo con una frusta, poi filtro il liquido con un altro setaccio – o lo stesso, tanto l’ho lavato – e lo verso in un’altra ciotola (con queste proporzioni ottengo 550 ml di pastella).

Agguanto i semi di lavanda e li lancio nel composto. Aggiusto di sale, fodero la ciotola con un lembo di pellicola e ficco in frigo per mezz’ora.

Trascorsa la mezz’ora in cui ho fatto il caffè, steso i panni, osservato le unghie dei miei piedi e provato a fare il letto senza grinze non riuscendoci, estraggo la pastella dal frigo.

Non v’ho detto che in questa mezz’ora ho anche pulito i fiori di zucchine eliminando il gambo e il pistillo interno – non senza emissione di bestemmie a ogni leggero squarcio procurato al fiore, delicatissimo, mannaggia a lui. Ho anche affettato lo Stelvio, che è un formaggio stagionato che adoro, ricorda molto la fontina. Tipo, se non lo trovate, ripiegate su quest’ultima.

In una padella antiaderente riscaldo una noce di burro chiarificato, poi eseguo la consueta operazione richiesta per la preparazione delle crêpes: verso un mestolo in padella, stendo il liquido su tutta la superficie, circa 30 secondi e giro, meno di 30 secondi sull’altra facciata e via, fuori dal fuoco. Così per ogni crespella.

Posso ora farcire con il formaggio e i fiori di zucchina crudi, mi raccomando, che se me li cuocete prima vi spezzo i gomiti.

Dispongo i siluri di crêpes su una teglia foderata con carta forno e, scusate la ridondanza, via tutti in forno a gratinare per 4 minuti a 220°.

Il formaggio è sciolto, il fiore s’è cotto, la crespella ha i lembi che croccano, si sente un lieve effluvio di lavanda. Non so voi, ma io adesso mangerei. Con permesso.

Stay tuna

Il Disconsiglio: c’è tanto florealismo in questo piatto, ci vorrebbe un disco botanico, tutto pieni di sonorità giardiniere e timbri clorofillici. E invece ci metto un disco ricco di escapismo post-rock e guardate che questa è una chicca, buon Jakob, Solace, annata 2006