Spaghettoni in crema viola, polvere di sumac

Il quesito della settimana è: v’è mai capitato di prendervi bene per una canzone solo dopo aver ascoltato la sua cover?

Che ricordi, in epoche recenti, m’è capitato con Crystalised dei The XX (prima beccata nella versione di Mark Lanegan e Martina Topley-Bird) e Clothes Of Sand di Nick Drake, scovata qualche tempo prima reinterpretata dall’immenso Steve Vo Till.

Il problema adesso è che non si tratta di una singola canzone ma di un’opera intera. E neanche di una di quelle dall’esistenza oscura e nota solo alle orecchie di iniziati un po’ snob che ti guardano dall’alto al basso se scoperchiano il vasino da notte di Pandora della tua ignoranza.

Insomma, è da un mese che sono sprofondato nel loop delle Quattro Stagioni di Vivaldi che ho sempre vituperato perché troppo pompose e barocche, nonché onnipresenti in cinema e pubblicità. Quando i call center ti mettono in attesa, sbuca sempre una Primavera d’ordinanza. E tu bestemmi.

Bene, adesso m’è successo con le Quattro Stagioni di Vivaldi. Tutte per intero. Prima delle musichette d’attesa dei call center l’unico ricordo che serbavo dell’opera del bell’Antonio era la musicassetta che i miei genitori avevano preso in allegato col Corriere della Sera a fine anni Ottanta. Non m’era mai piaciuta. Ma proprio: Mai.

Be’, un mese fa scopro che Max Richter ha ricomposto per intero l’opus vivaldiana in Recomposed by Max Richter: Vivaldi, The Four Seasons. Apriti cielo.

Recomposed by Max Richter

Scevri di barocchismi, catapultati in un contesto contemporaneo, non solo di timbri ma anche di partiture – grande enfasi è caricata sulle tonalità in minore – Le Quattro Stagioni si tramutano in un impressionante viaggio dentro l’anima dell’uomo postmoderno.

Sembrano fiorire paure e incubi e la dove i ritmi incalzano nascono tempeste ancor più irruente che nell’originale.

Di rimando, dopo esserci rimasto secco con Richter mi sono diretto alla fonte e ho rispolverato l’Antonio e, niente, più che una ricaduta è stata una scoperta, una deflorazione brutale. Ho messo da parte l’antipatia e il disprezzo fanciullesco e l’ho approcciata con l’orecchio dell’adulto con migliaia di ore di ascolti alle spalle. E, niente, volete che vi faccia l’analisi logica delle Quattro Stagioni? No: ascoltatevele e cordiali starnuti.

Piuttosto, ciò che mi preme adesso è raccontare a tutti voi all’attenta lettura, come ho modellato il piatto purpureo della foto lassù e che di nome fa: Spaghettoni in crema viola, polvere di sumac.

Spaghettoni in crema viola, polvere di sumac

Prima di addentrarmi nei meandri dei passaggi, dico subito che la ricetta è una rielaborazione di un piatto dello chef Michele Maino dell’Osteria 55 di Milano, mi ha incuriosito così ho aggiunto del sumac per dare un tocco tonnato. Non mi addentro sugli effetti benefici del sumac – nome ufficiale Rhus Coriaria, in Sicilia si chiama sommacco – lascio a colleghi e colleghe non laureati in scienze della nutrizione fare i collage raccattando notizie non verificate sul web per acchiappare qualche click. Io parlo di gusto, che è acidulo, ricorda un misto tra la paprika dolce e il pomodoro. Io l’ho trovato in polvere, che mi pare sia la forma più comune in commercio. A me piace.

Rapido e indolore, lista degli ingredienti per 4 sagome papillodotate:

– 360 g di spaghettoni (io ho usato i Benedetto Cavalieri)
– 500 g di cavolo rosso
– 25 cl di latte di riso
– polvere di sumac
– olio extravergine d’oliva
– sale grosso e fino

Cioè, quattro ingredienti, al netto di sale e olio. Ok, sono sei ingredienti. Ed è pure una ricetta vegana! Cosa mi sta succedendo, mi sto trasformando in un anfibio? No, nulla di grave, devo togliermi ancora i pezzi di hamburger d’agnello tra i molari.

Dai: procedimento!

Sfoglio, lavo e taglio a listarelle il cavolo rosso e lo schiaffo in padella a rosolare nell’olio sfrigolì-sfrigolà. Un po’ di sale e appena si ammorbidisce per via del rilascio dell’acqua interna, lo annego con il latte di riso e faccio andare a fiamma media per 20 minuti.

A metà cottura del cavolo col latte, metto su la pentola con l’acqua e un po’ di sale grosso e ci calo la pasta, 16 minuti di cottura al dente.

Il cavolo è abbastanza morbido e sfatto come se fosse rincasato alle 10 del mattino dopo una nottata di bagordi e bisbocce al night club, lo verso nel frullatore e lo frullo: frlfrlfrlfrlfrlfrlfrlfrlfrlfrlfrlfrlfrl. Ottengo una crema densa, non è necessario setacciarla. Aggiusto di sale e rimetto in padella, accendendo il fuoco a fiamma pigra, quasi sonnolenta.

Scolo la pasta e la ficco in padella, otto salti carpiati ed è tutto bellobellissimo. Impiatto e cospargo con la polvere di sumac. Fine della felice storiella.

Stay tuna

Il Disconsiglio: non riesco a trovarci un abbinamento diverso e migliore del già citato Recomposed. Sarà che siamo in autunno e il viola gli sta proprio bene addosso