pizza con broccoli e salsiccia - uomo senza tonno

Guida Minchiolìn: Non è oro tutto quel che luccica. 7 ristoranti a Milano

Panzerotti, pizzette e ristoranti pettinati che non mantengono le promesse

 

Per introdurvi a questo nuovo giro di estremo lavorio gastro-mandibolare in giro per la Capitale del Fud vi rimando all’introduzione dell’ultimo appuntamento con la mia temutissssssssima Guida Minchiolìn. Non ho altro da aggiungere.

SOLITO DISCLAIMER

I prezzi indicati si riferiscono a ciò che ho pagato di tasca mia da normale cliente – quindi, senza mai presentarmi come fudbloggah o presunto tale – e come quota singola. Nei paragrafi non ho menzionato tutte le portate che ho mangiato, quindi le cifre che vedete possono comprendere anche altro. Ho sempre ordinato almeno 2 portate. C’è sempre del vino di mezzo, bottiglia o calice è specificato – per la boccia il prezzo pagato ne comprende una parte “alla romana” – perché chi non beve mentre mangia è un po’ tristomane (ma anche prima, anche dopo).  

Non è una classifica – non faccio classifiche – è un compendio in ordine Alla Cazzo.  Non ci sono sentenze, solo le mie personalissime opinioni. Se qualche ristoratore dovesse arrabbiarsi: Fatti Suoi: sottoporsi a pareri negativi, e non solo ai “Bene, Bravo, Bis!”, fa parte del mestiere.

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THE FISHERMAN

Via Varese 4, Milano – www.thefisherman.it

I paragoni lasciano sempre il tempo che trovano, ma preferisco le michette di The Fisherman ai panini superconditi e spesso solo belli da fotografare di Pescaria (in cui non di rado il sapore del pesce è latitante, soverchiato dal resto).

Ci sono stato tre volte nel giro di una settimana nel periodo in cui scrivevo i capitoli finali del mio libro rintanato alla Biblioteca di Brera. Ho quindi assaggiato diversi panini, tutti serviti con chips di zucca e zucchine sottilissime e croccanti.

Ogni michetta prende il nome di una zona di Milano. Quella col batti batti – un crostaceo dall’aspetto primordiale – olive taggiasche e frutti di cappero (si chiama “Brera”) è semplice e i condimenti sorreggono il gusto delicato della polpa del pesce. Stesso discorso vale per il “San Siro”, invero porcellissimo: calamaro, mozzarella e parmigiana di melanzane: inutile dire che mentre mi sporcavo ho avvertito un leggero fremito di piacere.

Due panini e una bottiglietta d’acqua fanno 19 €.

THE_FISHERMAN_MILANO

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IL PANZEROTTO 

Via Spontini 4, Milano – www.ilpanzerotto.org

Una saletta con soli sgabelli d’appoggio, take away allo stato puro.

Provo due panzerotti, quello classico con pomodoro e mozzarella – fa il suo dovere – e un altro con cime di rapa e ricotta forte, dal sapore più aggressivo che sostengo su tutta la linea. Il fritto è asciutto e non si spiaggia sullo stomaco.

Non male, i ragazzi sono abbastanza gentili e tutti pugliesi, meritano un assaggio (i panzerotti, non i ragazzi).

A secco, senza bevande, 6 €. Onestissimo.

IL_PANZEROTTO_MILANO

IL_PANZEROTTO_MILANO

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GONG

Corso Concordia 8, Milano – www.gongmilano.it

Qui devo soffermarmi un po’. È un ristorante cinese di fascia molto alta, direi che per stile della sala e servizio – ingessatissimo e formale fino a rasentare la pantomima – non sarebbe criminale se avesse una qualche stella.

Ne parlano bene un sacco di persone, compresi molti addetti ai lavori. Quando si sperticano lodi a profusione, voglio sapere se queste sono fondate, ma mi approccio sempre con aspettative neutre.

Il menu è chilometrico, come tutti i ristoranti cinesi, solo che qui ci sono puntate verso la cucina gurmé che richiedono uno sforzo immaginativo notevole prima di scegliere.

Il sommelier in compenso, dopo due-tre battute, si scioglie e mi dona un paio di sorrisi veri, per fortuna. Sono con un’amica e decidiamo di dividere le portate, quindi assaggio almeno 6 piatti.

Visto l’oro e incenso e mirra, a un locale del genere si richiedono piatti senza errori d’esecuzione e/o di concetto. Invece le imperfezioni fioccano.

Se il foie gras marinato al miso con tartare di capesante è delicato e nobile, nello Storione Mojito – che è un sashimi di storione – il lime predomina, azzerando il sapore del pesce crudo, di suo tutto fuorché possente. Abbinamento che non valorizza lo storione. O forse starei attento con l’acido citrico.

I dim sum scivolano via quasi senza lasciar traccia: quello con black cod è quasi insapore, la salsa di taro non aggiunge granché. Gli “Omaggio a Milano” con pasta allo zafferano e crema di risotto all’ossobuco gradevoli ma non mi fanno balenare l’idea di ordinarne altri, cosa che capita puntualmente quando dei ravioli mi piacciono.

Nei due secondi, poi, ci sono gli errori più madornali. Sebbene il polpo sia cotto bene, morbido e con qualche punta di croccantezza – anche se non sopporto i tentacoli privi di pelle – la crema di carote che l’accompagna sembra più una crema di burro arancione: allo chef dev’essere caduto un panetto in fase di mantecatura.

Il petto d’anatra è la cosa peggiore del lotto: è imperdonabile servire delle fettine con la pelle, che è tutto grasso, appena scottata, quindi molle e senza crosticina. Questa è roba da ABC delle scuole di cucina. E arriva già quasi freddo, il che, dopo un paio di minuti, diventa un problema alla masticazione.

Tengo in conto che possa essere stata una serata storta, ma 98 € di conto a persona (con una bottiglia di vino), viste le sviste, sono immeritate.

GONG_MILANO

GONG_MILANO

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OSTERIA DEL GENERALE

Via Ortica 15, Milano – osteriadelgenerale.wordpress.com

Immaginate la trattoria alla buona. L’avete trovata in Ortica, non proprio l’epicentro di questo terremoto gastronomico che scuote la città.

Ambiente spartano, soprattutto il retro, che in principio doveva essere un cortiletto poi tramutato in sala con apposite vetrate. Per dare l’idea, i piatti sono pure sbeccati sui bordi. Insomma, non siamo in zona #CiboBiliciaro ma di certo c’è dell’hardcore. Lo chef è in sala e illustra le portate.

Prendo dei fuori menu, non prima di testare l’antipasto, rustico e in linea con l’atmosfera: olive nere e verdi, pecorino, salame piccante, nduja, prosciutto crudo, burrata, anche affumicata. Non male.

Un Fiano d’Avellino accompagna le due portate principali, che divido col mio commensale: strozzapreti con pomodorino, calamaro e gambero, niente di trascendentale ma nemmeno da buttare. La pasta è ben cotta.

Va meglio coi tonnarelli al nero con branzino e bottarga, il pesce è morbido ma non sfatto e al termine è necessaria una scarpetta d’autore.

Del vino v’ho già detto, manca il conto: 32 €.

OSTERIA_DEL_GENERALE_MILANO

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TRIESTE PIZZA

Corso di Porta Ticinese 65, Milano – www.trieste.pizza

Per quel che mi riguarda, resta il Tempio delle Pizzette a Milano. A dispetto del nome, il marchio nasce a Pescara nel 1958 ed è un’istituzione del cibo da strada della città.

Le pizzette sono cotte in forno elettrico in una teglia di 16 cm di diametro. Se avete una panza capiente come la mia, non potrete stare sotto la soglia delle tre unità. Io ne ho prese anche quattro, una volta. Prezzi ragionevoli, dai 2,80 a 3,50 €.

Resto fedele a quella con salsiccia di fegato, broccoli e ferfellone – che altro non è che il peperone crusco sbriciolato – una roba che mi manda fuori di testa col sapore audace della salsiccia ben sostenuto dal resto.

Non è inserita sul menu ma ce l’hanno spesso e quando ce l’hanno la prendo senza indugi: pizza con salsiccia di trippa. Maialissima, unta ma senza pesantezze o digestioni complicate. Se non la provi sei un bacucco.

Con una birra per mandar giù il boccone, 11 €. Sempre i migliori, finora (adesso si sono trasferiti in Corso Como).

TRIESTE_MILANO

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BAIA CHIA

Via Bazzini 37, Milano – www.ristorantesardobaiachia.it

È una trattoria di cucina tradizionale sarda ma la segnalazione sulla Guida Michelin solleva un po’ i prezzi.

A servire sono due sorelle isolane, una delle quali lavora attivamente in cucina. Tipo, la fregola annegata in una zuppa di vongole la prepara lei.

Il fritto è asciutto, le sarde impanate ottime così come i ciuffetti di calamaro. Anonime e quasi insapori, invece, le polpette di tonno, che erano un fuori menu.

All’inizio un misto di salsicce di maiale, cinghiale e pecora e un crostino di prosciutto di pecora con scaglie di pecorino è sì un antipasto verace ma 9 euro per una fetta di pane con una fettina di prosciutto, ecco, calmiamoci un attimo.

Infatti il conto è tutto fuorché da trattoria: 50 €. C’è una boccia di vino.

BAIA_CHIA_MILANO

BAIA_CHIA_MILANO

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LA CUCINA DEI FRIGORIFERI MILANESI

Via Piranesi 10, Milano – www.lacucinadeifrigoriferimilanesi.it

L’esperienza mi insegna che più l’ambiente è pettinato, più sul menu fioccano parabole e iperboli e metafore di qualcosa che comunemente hanno già un nome, più la delusione una volta fuori dal ristorante mi assale inesorabile. Non sempre, ma quasi.

E La Cucina dei Frigoriferi Milanesi non fa eccezione. Sala chic, clientela dall’età media oltre i quaranta, almeno questa sera. Servizio solerte ma distaccato, i sorrisi devo cercarli altrove.

Il menu offre quattro formule con prezzo a persona, da uno a 3 portate, forbice da 16 a 37 euro. Essendo un suino, opto per i tre piatti.

I ravioli di patate con cremoso di carciofi, caviale e aringa altro non sono che due sottilissime fettine di patata che incassano una sorta di tartare cotta di aringa mescolata a della crema di carciofo che, però, il mio palato fatica a intercettare. Non ci sono emozioni e me ne dolgo.

Non va meglio col risotto croccante allo zafferano con calamari, carciofi e intingolo alle erbe e limone – tradotto, una mera emulsione in cui gli aromi si fatica a trovarli. Piatto senza infamia e senza lode, mi lascia quasi indifferente anche se forse l’obiettivo sarebbe tutt’altro.

La testina di vitello impanata con salsa di rabarbaro e puntarelle ha una sua ragion d’essere, con la salsa molto acida che pulisce la grassezza molle della testina e il forte sapore di burro con cui è stata fritta.

Ciononostante, mi pare tutto privo di slancio, una cucina anaffettiva, fredda come un frigorifero.

Con vino, 55 €.

FRIGORIFERI_MILANESI_MILANO

FRIGORIFERI_MILANESI_MILANO

Stay tuna