La cosa incredibile dei Neurosis è che in trent’anni di carriera non hanno mai ceduto alle sirene seducenti dei trend, non si sono mai genuflessi a questa o quella moda, tanto meno hanno tentato di ammorbidirsi per compiacere il timpano-medio. Sempre pronti a sputar sangue, a dar forma a domande esistenziali profonde, a spostare oltre il baricentro della propria arte nonostante avessero già scritto veri e propri capolavori (Through Silver In Blood, A Sun That Never Sets, The Eye Of Every Storm).

A trent’anni dalla fondazione non hanno mai subito un cambio di line-up – se non si tiene conto dell’ospitata di Josh Graham per quasi 12 anni, addetto ai visual – e non hanno mai scritto un disco che facesse davvero schifo. Perfino l’undicesimo, quest’ultimo Fires Within Fires uscito venerdì scorso non stecca sebbene i cinque californiani non abbiano pressoché nulla di nuovo da dire.

Neurosis, Fires Within Fires

Ci sono tutti i tratti somatici tipici del gruppo: le stasi e le esplosioni, le aperture psichedeliche e le sferzate metalliche, il tutto tenuto insieme dalle consuete campiture sonore messe a punto da Steve Albini, ancora una volta in cabina di regia.

Forza bruta e candore spirituale si rincorrono in continuazione in questo Fires Within Fires e, secondo me, trovano i compendio perfetto in Broken Ground, canzone emozionante come non se ne sentivano da “The Eye Of Every Storm”.

Godimento timpanico a profusione, mi vien da dire, ma mi pare che io sia qui per infondere godimento palatale, correggetemi se sbaglio, cari seguaci del follouaggio senzatonnico.

Riprendo quindi a secernere ricette a tinchité dopo l’interruzione di #TonnoInTour, il gastro-couchsurfing che mi ha portato a dormire su 14 giacigli in 28 giorni, cucinare per quasi un centinaio di persone e mettere su 6 kg. Che non smaltirò mai.

E proprio da un’intuizione avuta durante il giro siculo viene la ricetta di oggi, cucinata a Palermo per la prima volta, pensata mentre facevo la spesa e ispirata dalla visione di alcuni fichi d’india sbucciati su un bancone del mercato di Ballarò.

Tornato in Padania, ho sistemato il tiro, scovato le dosi, apportato alcune modifiche ed è così che posso annunziarvi con rutti e peti il sublime Gamberone con vaniglia e lardo di Colonnata, granita piccante di fichi neri e jalapeno verde, ricotta salata (piatto che posso cucinare a casa vostra, basta mandarmi un’email a chiedimi@uomosenzatonno.com).

Gamberone, lardo e vaniglia, granita piccante di fichi neri e jalapeno verde, ricotta salata

Prima di svelarvi come, vi dico con cosa si fa sta leccornia capace di fare arrapare un branco di bradipi in letargo (dosi per 4 esseri umani vogliosi d’arraparsi):

Per la granita piccante o, come dicevano gli Ittiti, “bruciaculetto”:

– 200 g di fichi neri
– 130 ml di acqua
– 30 g di zucchero
– il succo filtrato di mezzo limone
– mezzo cucchiaino di jalapeno verde in polvere

Poi:

– 8 gamberoni freschi
– una bacca di vaniglia
– 8 fette di lardo di Colonnata affettato sottile che ci si può guardare attraverso
– ricotta salata da grattugiare

Here we are. Il primo colpo lo do ai fichi perché la granita è la cosa più lunga da fare, in termini di tempo. Taglio i frutti in quattro e li fiondo nel frullatore. Ma lo tengo spento. Aggiungo acqua, zucchero e il succo di limone. Lo accendo. Frullo tutto finché i fichi non ottengo un amalgama omogeneo e dalla consistenza abbastanza densa.

Ma non m’accontento. Voglio ridurre al massimo il rischio di scagliette di ghiaccio nella mia cazzo di granita e allora introduco la purea in un pentolino che piazzo sulla fiamma di uno dei miei quattro fuochi e tengo lì, facendo attenzione a non far attaccare e/o bruciare nulla, per una decina di minuti, faccio evaporare un po’ d’acqua.

Ultimata l’operazione, faccio raffreddare il composto in una ciotola. Non in congelatore ma sul tavolo, in cucina, come fanno le persone normali.

Ora che è freddo, aggiungo al composto lo jalapeno in polvere, senza esagerare che poi mi s’incendiano bocca, esofago e anche, sì, quell’altro orifizio lì. Amalgamo per bene e ripongo in freezer dalla cui potenza dipende il tempo necessario per ottenere la granita: il mio ci mette due ore e mezzo. Di certo è che ogni mezz’oretta devo rimestare il tutto così che non ghiacci solo la parte superficiale.

Quando la granita è ormai pronta, posso dedicarmi ai gamberoni a cui asporto testa e carapace e che conservo per fare zuppe e/o bisque e/o fumetti di pesce vari ed eventuali di cui vi parlerò un’altra volta in un futuro più o meno prossimo di quel che potrebbe sembrare. Tolgo anche il budellino-merdino facendo un’incisione sul dorso.

Apro la bacca di vaniglia con un taglio di precisione che se fossi in sala operatoria i colleghi e il paziente sotto anestesia mi direbbero Cazzo Quanto Sei Bravo ma sono a casa, da solo e Bravo non me lo dice nessuno. Insomma, apro sta minchia di bacca e con il dorso della lama del coltello estraggo la parte interna che uso per massaggiare alacremente i gamberoni. Poi li fascio letteralmente, uno per uno, nell’unto e sontuoso lardo di Colonnata, fino alla coda, a cui ho lasciato il rivestimento del carapace.

Scaldo una padella antiaderente e depongo con dovizia i gamberoni fasciati, una di quelle fasciature che ognuno vorrebbe quando si sloga un polso, tipo, per poi leccare il grasso che suda dalla fascia. Il lardo sfrigola e crea una crosticina attorno al gamberone. Ci vuole un minuto e mezzo per lato e les gamberones sont fait. Ovviamente è un francese alla senzatonno.

Posso impiattare. Due gamberoni che s’incrociano, sopra metto un po’ di ricotta salata sicula grattugiata e accanto una quenelle di granita.

Il gioco di dolce-salato e consistenze è troppo yeah-yeah. La granita, poi, è la parte più divertente: in bocca arriva subito il tocco glaciale, poi il dolce e dopo un secondo la botta piccante. Miao.

Il Disconsiglio: piatto audace e seducente, a tratti bruto per la sua piccantezza ma comunque mai cafone nonostante la ricotta, vive nel suo equilibrio. Disco d’equilibri, quindi, tanti equilibri e contrasti: Dredg, El Cielo, annata 2002