Volevo lasciare un cartello con su scritto TONNO SUBITO! ma star lontano da qui è difficile. I lavori sul mio primo disco solista stanno risucchiando ogni energia da spendere nel poco tempo libero, soprattutto per la redazione dei testi. Avendo la calotta cranica pressata da un enorme cavolfiore di parole da inserire tra i canticchiamenti, ritagliare con la forbicina quadratini di oreminutisecondi per il concepimento e la creazione di acrobazie fornellifere sempre nuove è al momento impresa ardita. Ciononostante, lo scorso week-end ho ammorbato l’universo con la prima ricetta social in presa diretta, anche fin troppo diretta: 34 arancini costruiti con una decina e più di post su Facebook, con tanto di invettive e ingiurie e maledizioni ricevute da utenti stanchi di vedermi affacciare costantemente sulla home. Volevo riportare il resoconto anche qui, ma poi l’abulia ha vinto sulle mie pulsioni da Reporter dei Gran Cazzi Miei.

Mentre scrivo i testi e preparo cover, ho smaltito un po’ di letture sedimentate tra gli scaffali della libreria: fatto fuori il terrificante Pinocchio (sì, è terrificante), fatto fuori Le Vergini Suicide, volevo far fuori anche un libro di Grace Paley ma dopo 17 pagine ho sviluppato una letale narcolessia. Bene, mi sono ad Arthur Conan Doyle de Il mastino dei Baskerville e staccarmene alla fine di ogni capitolo è difficile. Ottima scelta feci. Clap clap.

Dato che ho avuto poco tempo anche per scovare qualche artista interessante da proporre prima di lanciarmi nello sbrodolamento della ricetta di oggi, ho deciso di riesumare alcuni stralci di un testo che, senza Se e senza Ma, credo incarni alla perfezione il significato della parola Esistenzialismo nel pieno del degrado consumista, dove individualismo fa sempre più rima con solitudine. Roba da testa a testa con le idee di Zygmunt Bauman, giuro. Una di quelle letture che, quando le affronti, segnano un vero e proprio spartiacque mentale, solcano un Prima e un Dopo negli atteggiamenti personali e mettono a nudo i difetti, proponendo però una terapia da poter seguire per rimediarvi. Ammetto che sia difficile praticare quanto segue, le necessità personali sono sempre anteposte a ogni precetto della vita del gruppo e alla sua salutare sopravvivenza, ma da quando ho letto e poi meditato su queste frasi, anche il più banale e frequente atto della settimana, ovvero la spesa al supermercato, ha assunto una diversa fisionomia. Nonostante tutto, però, continuo a detestare i bambini che mi fissano la barba mentre si scaccolano o i rincoglioniti che parcheggiano chiappe e carrello al centro dei corridoi o i furbi che fingono di non vederti nella fila alla cassa e provano a scavalcarti o i salumieri che affettano il prosciutto neanche dovessi farci il filetto.

La sto tirando per le lunghe. Lascio spazio ad alcuni passi tratti da Questa è l’Acqua, conferenza tenuta da David Foster Wallace per la consegna delle lauree al Kenyon College il 21 maggio 2005, poco più di 3 anni prima del suo suicidio.

Scusa, mi asciugo le lacrimucce, sciolgo il nodo alla gola e mi ricompongo. Cioè, quando si pensa all’Esistenzialismo non si fa altro che condurre la dissertazione ad altisonanti questioni, a domande sulle sorti dell’uomo, al significato della sua vita e, soprattutto, a quella della sua fine. Sono spesso concetti talmente astratti che ci appaiono lontani e giganteschi. Non riguardano noi, piccoli esseruncoli tutti presi dagli smartphone e dai ritmi serrati di una quotidianità che ha perso del tutto il suo fascinoso e oscuro lato filosofico, lasciando spazio a un nauseante materialismo da ipermercato. È tra i pigmenti del quotidiano, tra le situazioni che ci avvolgono ogni dannato secondo di ogni fottuto minuto in ogni maledetta ora di ogni mortale giorno che viviamo che si combatte la lotta per restare a galla, per non morire soffocati dalla rabbia e dall’angoscia. Per non ritrovarsi un bel giorno a fare la bilancia di quanto si è guadagnato e quanto si è perso nell’unica vita disponibile, con l’ago che pende verso le perdite. Meditare e immedesimarsi negli altri insomma non fa mai male, anche quando si sgomita davanti al banco dei latticini alla ricerca dello yogurt probiotico con la scadenza più tardiva, che di solito sta in fondo alla fila di quelli disposti sullo scaffale.

Ennesimo post ipermegachilometrico, non sono tagliato per la rapidità del web. Sarò più breve da adesso, in ciò per cui dovrei essere ben più prolisso. La contraddizione dell’Uomo Senza Tonno, figlio del suo tempo, è dare maggiore spazio al superfluo. Be’, anzi no, sticazzi, se David Foster Wallace e i suoi precetti esistenziali sono superflui, io sono un basilisco e tu sei una pentola a pressione piena di scarabei stercorari.

Procediamo con il wilmadeangelismo di oggi. È arrivato l’autunno e volevo concedermi il proferimento di tale verità lapalissiana. Quando arriverà la primavera dirò che è arrivata la primavera. Ora che c’è l’autunno, per l’Uomo Senza Tonno e la sua Gonzo Cucina l’impiego di materie prime di stagione diventa legge inviolabile, un diritto inalienabile. Da adesso banditi peperoni, zucchine e pomodori, si reintroducono alimenti scoreggianti come broccoli e cavolfiori, rape e raperonzole, razzi e mazzi. I cazzi no, grazie.

Visto che l’arancione è un bel colore e a nessuno importa se mi piaccia o meno, in questa giornata brulla e uggiosa, mio/a caro/a lettore o lettrice che tu sia, affannato/a da così tante parole superflue lette sin qui, ti propongo

Paccheri al forno

con

zucca,

asiago

e

crudo.

Viva Satana! E come prescrive il demone Legione, prima di accendere le fornaci, si fa la lista dei sacrificati da dare in pasto a 4-5 persone:

– una o 2 zucche, purché la bilancia segni 1,8 kg
– 500 g di Paccheri di Gragnano
– 20 cl di latte scremato
– 250 g di Asiago DOP
– 200 g di prosciutto crudo (anche quello scontato in offerta)
– 70 g di burro
– 2 l di acqua
– una cipolla
– 2 rametti di rosmarino
– 4 foglie di alloro
– sale
– pangrattato
– grana grattugiato

Arraffo la zucca, versione oblunga e ben più polposa di quella a forma schiacciata. È del tipo Butternut, o almeno così recita il foglio tenuto sulla buccia con un elastico. Pratico con precisione da chirurgo macellaio un’incisione verticale e dalle due metà elimino i semi con un cucchiaio.

Operazione semplice e rapida, un po’ meno lo è però sbucciare e ridurre in cubetti la parte edibile, soprattutto quando ricevi 3 telefonate, devi fare le foto alle tue fottute operazioni, devi prendere appunti, devi mandare a cagare i passanti che suonano il clacson, devi inquinare l’aria domestica con delle puzze appestanti.

Ho già messo sul fuoco una pentola con due litri d’acqua che porto a ebollizione, in un’altra pentola, dato che adoro stare 38 minuti dopo aver cucinato a lavare le stoviglie, visto che non ho un bel cazzo da fare nella vita, gesù, sciolgo 70 grammi di burro, aggiungo una cipolla tritata e due rametti di rosmarino e soffriggo.

Quando la cipolla giunge a un colorito prossimo alle meches, sdung, aggiungo la zucca, che faccio goderecciamente rosolare a sua volta senza che lei se ne accorga perché la distraggo narrandole la storiella del Lupo e i sette capretti. Rosola, rosola, rosola, chi non risica non rosola, le rammento l’adagio e lei rosola adagia e sfrigola e assume i toni burrosi del burro, rosmarinosi del rosmarino e bestemmiofili dell’Uomo Senza Tonno.

Guarita dalla rosolia, la zucca viene inondata d’acqua calda, come se il Nilo esondasse sulla pentola. Ricopro totalmente la zucca, aggiungo 4 foglie di alloro e lascio bollire per 45 minuti, ovvero finché l’acqua non si sarà ridotta e avrà ammorbidito la cucurbita come si deve.

Terminata la cottura, travaso la zucca nella consueta e orripilante insalatiera rossa, mia personale assistente Watson.

Elimino il rosmarino e l’alloro, mi armo di protesi frullante e frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl frl

Insomma, frullo la zucca.

Nel frattempo, ho già messo sul fuoco un pentolino con 20 cl di latte scremato. Non appena sobbolle, lo aggiungo alla purea ottenuta, che deve essere il più omogenea possibile. Immetto il latte per evitare di fare una vellutata seguendo il procedimento classico, che prevede un roux con farina e burro. Già le note grasse del burro si avvertono sin d’ora, sovraccaricare ulteriormente significherebbe annientare del tutto il sapore della zucca. Preferisco non eccedere col colesterolo, anche se me ne addoloro. Aggiuto di sale per bilanciare il dolciume zuccoso.

Il pacchero scalpita, è già sul trampolino per tuffarsi in pentola quando mi giro verso i fornelli. Senza preavviso, s’è liberato dalla prigionia dell’involucro di plastica che lo soggiogava e gli impediva di realizzare il suo sogno: quello di farsi divorare dalle mie fauci.

Bene Pacchero, fiondati nell’acqua già salata, lessati al dente che io riduco l’asiago a cubetti, così dimezzo i tempi.

Il pacchero si fa la sua bella nuotata e, una volta pronto per irrorarsi di timbri arancioni, si fa scolare e gettare nella mischa dove importuna la zucca e le fa avances inenarrabili da vero e proprio scandalo sessuale.

Il pacchero pretende che anche l’asiago prenda parte all’ammucchiata e così sia.

I tre s’incorporano e si toccano e si slinguano finché il burattinaio, ovvero io, il sommo Uomo Senza Tonno, decido che l’era della lussuria per sti figli di troia è finita e devono sottomettersi adesso ai miei voleri. Ovvero, stendersi in una teglia già foderata con della carta forno e farsi cospargere di pangrattato e grana grattugiato e farsi infilare in forno ad una temperatura equivalente ai 200 gradi centigradi per 30 minuti e guai a chi contesta. Cazzo.

Quando il sogno di un gratìn si realizza, si giunge all’acme del piacere.

La porzione viene estratta dal rettangolo pastaiolo, l’asiago fila e la salivazione trabocca e sul piatto s’adagia con grazia il prosciutto crudo, apice intrigante che mitiga con forti rintocchi sapidi la morbidezza della zucca.

Fossi in te, la proverei anche con la Lasagna che, si sa, è meretrice e si presta a tutto.

Stay tuna

Il Disconsiglio: impalpabile come la sfumaure della zucca, s’abbina con grazia per via dei suoni cristallini. Il Signore sia con te: Bohren & Der Club Of Gore, Dolores, annata 2008.